Sono diversi anni che seguo con grande interesse il Festival della Mente, che ogni anno porta a Sarzana voci nuove, idee sorprendenti e temi capaci di aprire nuove strade dentro di noi. Questo Festival è nato nel 2004 ed è diventato un appuntamento fisso, con tre giornate dedicate alla creatività, alla filosofia, alla scienza e alla cultura in generale. L’edizione del 2020 aveva come filo conduttore il “sogno”.

Ricordo bene quel periodo perché avevo appena iniziato a lavorare seriamente come coach e qualunque cosa ascoltassi mi sembrava subito collegata al coaching. Forse capita anche a te, quando inizi un percorso nuovo e tutto sembra rimandare lì, come se il mondo intero avesse deciso di parlarti nella stessa lingua. Ero piena di entusiasmo, pronta a muovere i primi passi in una professione che mette al centro le persone, i loro desideri, i loro limiti e le possibilità di crescita.

Quando ascoltai la lezione di Telmo Pievani sul segreto della serendipità, mi accorsi che non stava parlando solo di scienza o filosofia: in qualche modo, parlava anche a me e al mio nuovo lavoro. Pievani spiegò che la serendipità non è semplice fortuna. Non è inciampare per caso in un tesoro nascosto, ma piuttosto l’incontro tra il caso e una mente preparata. È come camminare sulla spiaggia dopo una mareggiata: la sabbia è piena di conchiglie, alghe e sassi, ma solo chi sa guardare con attenzione riconosce quella piccola pietra rara mimetizzata tra mille frammenti. La serendipità è questo: la capacità di vedere l’opportunità nell’imprevisto.

Mi colpì molto, perché anche il coaching funziona così. Non offre risposte già pronte, ma crea spazi in cui le persone possono scoprire da sole nuove possibilità, magari partendo da un inciampo o da un momento difficile. Pievani parlava dell’importanza di non temere l’errore, di saper osservare le anomalie, perché proprio lì spesso nascono le scoperte. Quante volte ho incontrato clienti convinti che un fallimento li definisse per sempre, e invece proprio da lì, con pazienza e ascolto, sono riusciti a intravedere una nuova direzione.

Un altro aspetto che mi colpì fu quando disse che la serendipità ama la lentezza. Non si lascia catturare da chi corre solo verso il risultato immediato, ma ha bisogno di spazio, di tempo, di dialogo. Anche nel coaching accade così: in quell’incontro sospeso, in un silenzio improvviso o in una parola inattesa, può emergere una rivelazione che nessuno dei due aveva previsto.

Da allora ho capito che la serendipità non riguarda solo la scienza: riguarda la vita, le relazioni, i percorsi interiori. È un allenamento a guardare diversamente, a restare aperte al fatto che l’inaspettato possa diventare dono. La serendipità, un po’ come il coaching, non è mai un dono che arriva dall’esterno: è piuttosto un terreno fertile che si prepara con ascolto, attenzione e apertura. Le condizioni giuste permettono a ciascuno di riconoscere da sé la propria pietra nascosta. E se ci ho messo cinque anni a scrivere queste righe, forse è proprio perché quelle parole di Pievani sono rimaste a decantare dentro di me. Un po’ come certe bottiglie di vino che migliorano con il tempo, anche le intuizioni hanno bisogno di riposare, di sedimentare, per poi tornare a galla più limpide e luminose.

Oggi, ogni volta che accompagno qualcuno nel suo cammino, mi ricordo che l’imprevisto può essere la porta più grande. E penso che, in fondo, il vero segreto della serendipità e del coaching, sia saperci sorprendere ancora.

 

Nuna Shoesmith