Guida · Capire il coaching
Un coach ti accompagna a chiarire cosa vuoi ottenere e a costruire il modo per arrivarci. Non dà consigli e non porta soluzioni: fa domande che ti portano a vedere la tua situazione da angolazioni che da solo non avevi considerato, e ti aiuta a trasformarle in passi concreti. Il presupposto è che le risorse per farlo tu le abbia già.
Il coaching è una collaborazione con il cliente in un processo creativo e stimolante che lo ispira a esprimere al massimo il proprio potenziale personale e professionale.
La parola che regge tutto è collaborazione. In un rapporto con un consulente o un medico c'è chi sa e chi non sa; qui no. Il coach porta il metodo e le domande, tu porti la conoscenza della tua situazione — che è totale e che nessun professionista esterno potrà mai avere.
È anche il motivo per cui il coaching non funziona con chi vorrebbe che qualcuno decidesse al posto suo. Se cerchi una risposta da applicare, ti serve un consulente. Se cerchi di arrivare alla tua, e sei disposto a lavorarci, allora ti serve un coach.
Spesso il punto di partenza è vago: «vorrei cambiare lavoro», «non mi sento realizzato». Il primo lavoro del coach è trasformarlo in qualcosa di definito, perché su un desiderio generico non si può costruire niente.
Ognuno ha punti ciechi: convinzioni date per scontate, alternative mai considerate, ragioni che ci raccontiamo. Le domande di un coach servono a portarle alla luce — ed è la parte che da soli è quasi impossibile fare.
Fra una sessione e l'altra c'è la vita, e le buone intenzioni evaporano. Sapere che ci sarà un momento in cui farai il punto cambia il modo in cui affronti le due settimane precedenti.
È la cosa che sorprende di più al primo incontro. Chi arriva aspettandosi qualcuno che gli dica cosa fare, all'inizio resta spiazzato — e quasi sempre è proprio lì che il percorso comincia a servire.
L'ultima voce a destra merita una riga in più: se un tema esce dal suo ambito — ansia, depressione, un lutto — il coach deve dirtelo e indirizzarti a un professionista sanitario. Non è delicatezza, è previsto dal codice etico ICF. Se hai il dubbio di quale figura ti serva, qui c'è la differenza fra coach e psicologo.
Il metodo è lo stesso, cambia su cosa si lavora e chi è il cliente.
Scelte di vita, equilibrio, relazioni, direzione da prendere. È il percorso di chi lavora su di sé come persona, anche quando il tema nasce dal lavoro.
VediLeadership, gestione dei collaboratori, passaggi di ruolo. Commissionato spesso dall'azienda per manager e figure chiave.
VediNon il singolo ma il gruppo: come lavora insieme, come decide, cosa lo blocca. Si lavora sul sistema, non sulle persone una per una.
VediNon quando qualcosa è rotto, ma quando qualcosa potrebbe funzionare meglio e da solo non si muove. Le situazioni tipiche sono queste: un passaggio di ruolo che ti mette in difficoltà, una decisione su cui giri in tondo da settimane, un obiettivo che ti è chiaro da mesi e che però non parte mai, il modo in cui comunichi o guidi un gruppo che vorresti cambiare.
Il segno che il percorso sta funzionando non è sentirsi meglio dopo la sessione — quello capita anche dopo una buona conversazione con un amico. È accorgersi che fra una sessione e l'altra stai facendo cose che prima rimandavi.
Riferimenti: definizione di coaching della International Coaching Federation; ICF Code of Ethics e Competenze Chiave ICF, che richiedono al coach di indirizzare il cliente ad altri professionisti quando il tema esce dal proprio ambito; legge 14 gennaio 2013 n. 4 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi; sulla relazione fra coach e cliente, Graßmann, Schölmerich e Schermuly, The relationship between working alliance and client outcomes in coaching: A meta-analysis, Human Relations, 2020 (27 studi, 3.563 percorsi).
Un coach ti accompagna a chiarire cosa vuoi ottenere e a costruire il modo per arrivarci. Non ti dice cosa fare e non ti dà la sua ricetta: fa domande che ti portano a vedere la tua situazione da angolazioni che da solo non avevi considerato, e ti aiuta a trasformarle in passi concreti. La International Coaching Federation lo definisce come una collaborazione in un processo creativo e stimolante che ispira il cliente a esprimere al massimo il proprio potenziale personale e professionale.
Il consulente analizza il tuo problema e ti propone la soluzione: la competenza sta dalla sua parte. Il mentor ha già fatto il percorso che stai facendo e ti trasmette la propria esperienza. Il coach non porta né soluzioni né esperienza sul tuo tema: porta un metodo per farti trovare le tue, partendo dal presupposto che le risorse per farlo tu le abbia già.
Serve quando sai che potresti fare di più ma qualcosa non si sblocca: una decisione che rimandi, un ruolo nuovo a cui non ti senti pronto, un obiettivo chiaro che però non parte mai. Il valore non è nel consiglio ricevuto, ma nel fatto che al termine sai muoverti da solo anche la volta dopo.
La ricerca sul coaching esiste ed è cresciuta molto negli ultimi vent'anni. Il dato più solido riguarda la relazione fra coach e cliente: una meta-analisi su 27 studi e oltre 3.500 percorsi ha trovato che la qualità di quella relazione è associata in modo consistente ai risultati ottenuti. Tradotto: non conta solo il metodo, conta con chi lo fai — motivo per cui il primo colloquio serve davvero a qualcosa.
Chiunque, formalmente: il coaching non ha un albo e ricade nella legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi. Per questo la verifica tocca a chi cerca un coach, e i riferimenti utili sono la scuola di provenienza e l'eventuale credenziale di un ente riconosciuto come ICF.
No, e un coach formato te lo dice apertamente. Ansia, depressione, lutti e traumi sono di competenza di uno psicologo, che è un professionista sanitario. Indirizzare il cliente ad altri professionisti quando il tema esce dal proprio ambito è previsto dal codice etico ICF: è un obbligo, non una cortesia.
Il primo confronto serve esattamente a questo, e non impegna a niente. Se ci accorgiamo che ti serve un'altra figura, te lo diciamo.